Monte Reventino - foto di Rosa ScalzoUn’opportunità per il nostro territorio?

Amore per l’ambiente o solo miscuglio tra ecologia e politica?

Decollatura è un bel paese montano con un’economia a base agricola, anche se oggi di agricolo è rimasto ben poco; basta passeggiare per i nostri campi per renderci conto quanti sono quelli realmente coltivati.

La coltivazione delle famose “patate” che negli anni passati, da sola, si era fatta pubblicità esclusivamente perché di “qualità”, per gli alti costi di produzione viene ormai effettuata solo da pochi agricoltori.

Se giriamo per i nostri monti, per chi ha una minima conoscenza di alberi, è facile capire che non vi sono più castagneti di qualità, non si producono più le “castagne pilate”, le vecchie “caselle" costruite dai nostri bisnonni, con la creta, adibite per tale scopo sono quasi  tutte fatiscenti, cadute e abbandonate. La maggior parte dei boschi, non più curati, vengono utilizzati solo per la produzione di legname.

Se torniamo indietro negli anni, anche non molto lontani, chi ha amato veramente il nostro territorio, chi ha lavorato i campi, chi ha raccolto le patate, le castagne, chi collaborava nella gestione della piccola azienda contadina a carattere familiare sa benissimo che:

- ogni angolo delle nostre campagne era coltivato, ogni piccolo agricoltore suddivideva la proprietà alternando le colture; metà terreno coltivato a “patate” e l’altra metà utilizzato per la semina;

- per le necessità di irrigazione si provvedeva a pulire i fiumi e a curare i cosiddetti “acquari”, così facendo si prelevava naturalmente l’acqua dai fiumi che veniva poi suddivisa in tutto il territorio secondo vecchi usi, costumi e tradizioni contadine tramandate oralmente da secoli. Inoltre ogni contadino provvedeva a sistemare l’argine dei fiumi e gli scoli delle acque nel proprio fondo, oltre a curare anche la manutenzione delle strade di campagna e dei sentieri di montagna lungo le singole proprietà;  

- le nostre campagne erano meta di lavoro e luogo di incontro fra contadini e interi nuclei familiari che provvedevano ad effettuare i lavoro nei campi ricorrendo spesso al muto scambio delle giornate;

- ogni agricoltore era anche un piccolo allevatore, ognuno possedeva qualche ovino, bovino, caprino, suino o un asino (specie animale ormai non più presente in questo territorio) che sommati ai capi di bestiame dei pastori raggiungeva una notevole consistenza;

- quasi tutte le famiglie inoltre allevavano anche pollame e conigli, soprattutto per il proprio fabbisogno;

- durante l’estate in montagna si provvedeva a pulire il castagneti dalle felci per facilitare poi la raccolta. In montagna, durante la raccolta, si incontrava gente, si decideva “fra vicini” a quale “casella” fare le “castagne pilate”. La sera dopo la raccolta venivano trasportate con gli asini alla “casella” per essere subito messe ad essiccare, con un laborioso ma naturale procedimento.

Oggi non vediamo più quei meravigliosi campi di patate in fiore e quelli seminati perché gran parte del territorio è di fatto incolto. Per non parlare dei nostri monti: completamente dimenticati, vengono solo utilizzati per tagliare il legname e poi lasciati nel più totale degrado. Al posto dei vecchi castagneti da frutta oggi troviamo solo castagne selvatiche, ontani, pioppi qualche quercia e rovi. Si disbosca e poi si lascia tutto alla natura sperando che dalle “ceppaie” rinascono nuovi alberi, ma questa volta nasceranno castagne selvatiche, nessuna mano esperta provvederà più ad innestarle, perché per creare nuovi castagneti ci vogliono decenni e non conviene, non vi è nessun guadagno subito.

Leggendo in questi mesi degli articoli e qualche opuscolo pubblicitario sull’argomento, mi sono chiesto: occorre veramente ricorrere ai “massimi esperti mondiali in materia di pianificazione e di riqualificazione ambientale per risanare o migliorare il territorio”? Penso proprio di NO, basterebbe parlare ma soprattutto saper ascoltare la voce dei nostri “nonni”, che conoscono bene il territorio, non è certo scrivendo o dichiarando sulla carta una “zona” a parco che si tiene pulito e si può risolvere il problema paesaggistico e ambientale.

La valorizzazione della montagna calabrese, ed in particolare dei nostri monti, è sicuramente basilare per lo sviluppo del territorio, ma ciò assume quei particolari connotati di rispetto ambientale non se si dichiara sulla carta Parco, ma bensì se in ognuno di noi rinasce l’amore per il proprio terreno, se ognuno di noi provvederà come in passato a tenere pulito il proprio fondo il proprio bosco, se si imparerà a vivere a rispettare e conoscere l’ambiente. Questa è l’unica via sostenibile per lo sviluppo dell’intera area.  Molti parlano di natura, di alberi, di bosco e poi non sanno distinguere un albero di pioppo da un ontano da un castagno o da un ulivo.

La valorizzazione del nostro ambiente potrà rinascere solo se rinascerà la voglia di coltivare le nostre terre, come in passato, se vi sarà vero sostegno per lo sviluppo zootecnico ed agricolo, se sarà più facile dedicarsi all’allevamento di “suini, bovini, ovini e caprini” senza tutta quella burocrazia che rende particolarmente difficile sia l’allevamento che la vendita, come anche la successiva produzione e vendita di “insaccati e formaggi”. Il discorso in tal senso è lungo e complesso, non può un semplice piccolo produttore attrezzarsi come se fosse un’azienda “nazionale”.  

Se ci guardiamo attorno, nel nostro piccolo, ci accorgiamo come (tutti noi nessuno escluso) non siamo in grado di: tenere pulite le nostre strade, i letti dei nostri fiumi, di fare la raccolta differenziata. Non siamo in grado di tenere pulita e valorizzare al meglio circa un ettaro di terreno adibito a “Villa Comunale”, e pensiamo poi di valorizzare un territorio così vasto da adibire a Parco solo con un “proclama”, con accordi politici, con delibere comunali dei sindaci di 18 19 20 comuni o con un Sì di un Comitato Tecnico Regionale.

Una cosa è un parere tecnico, una cosa sono i Sì che sono venuti o che sicuramente verranno dai sindaci e dagli assessori regionali, altra cosa è attivarsi concretamente sul territorio per valorizzare i fondi agricoli o montani.  

Provate a chiedere a molti giovani: quando si semina, quando si piantano le patate, come si piantano, quali tipi di frumento vengono seminati nel nostro territorio, quanto e come  si innestano gli alberi di castagno, come si fa il formaggio, come si fa la “soppressata” a livello familiare, come si fa lo “strutto” e potrei continuare a lungo; sicuramente molti non daranno una risposta.  Non è colpa loro ma nostra, perché  non siamo stati capaci di insegnare e di tramandare gli usi i costumi, le tradizioni e l’amore per il proprio fondo. Se ognuno infatti, provvedesse a pulire o a coltivare i propri terreni sicuramente l’immagine dell’intero territorio sarebbe già di fatto “un parco naturale”.    


Se chiedete:
Siete favorevoli al Parco?


Molti risponderanno di No ritenendo che non vi è nessun interesse naturalistico, altri di No perché non potranno andare a caccia, (come qualcuno ha sostenuto durante un recente incontro al foro Boario, valutando il tutto solo come un divieto) !!!

Altri diranno di Sì perché è bello, a parole, dichiararsi ambientalisti, naturalisti, amanti della flora e della fauna ect., altri ancora diranno Sì perché sperano nello stanziamento e nella gestione di benefici economici da parte della Regione, dello Stato o della Comunità Europea ect.  

La creazione del Parco del Reventino, in questi termini, significa solo porre dei “vincoli sulla carta” senza valorizzare e tutelare veramente l’ambiente, non tutta quell’area montana, infatti può essere riconosciuta vincolo di particolare interesse ambientale e naturalistico.   



A cosa serve dunque questo Parco?


Forse a creare un altro doppione, un nuovo ENTE!!!  (L’Ente PARCO con tanto di presidente, assessori, consiglio direttivo ect. ect.) non è sufficiente, o quale è, il ruolo e il lavoro che dovrebbe svolgere la Comunità Montana per lo sviluppo e per la tutela della nostra montagna?   

Per valorizzare l’ambiente e il territorio bisogna sostenere con i fatti e non solo con le parole gli agricoltori, gli allevatori e i proprietari dei fondi che sono i veri protettori del territorio e poi si potrà parlare di Parco protetto, con un’area forse più limitata e circoscritta attorno a tale vetta, magari non per scelta di pochi sindaci o di qualche assessore, ma con un referendum da sottoporre al parere della locale popolazione!!!!


Questo da un altro punto di vista, Utopistico, per qualcuno sbagliato, ma è un altro punto di vista.